Otto e la collina

Ero rimasto solo su una collina vicino al paese. Avevo inventato una stupida scusa con i miei amici “Ho già un passaggio da un altro tizio , andatevene tranquilli” o roba del genere. Alla fine , anche se erano abbastanza sbigottiti , mi lasciarono lì tutto solo. Ed ero sereno tutto sommato , una così bella serata non volevo proprio sprecarla. Aspettavo l’alba per poi andare lontano e tornare a casa in qualche maniera. MI chiamavo Otto e , sottolineo , uso l’imperfetto non tanto perché l’evento sia passato ma perché dopo quella notte non mi sentii più me stesso per lunghi anni.

Era un periodo sbagliato , giustamente (a diciasett’anni) confuso ed impreciso. I miei genitori si erano lasciati da appena due mesi e la situazione era calda in casa. Io ero rimasto giustamente con mia madre e vedevo sporadicamente mio padre , il quale voleva tentare di mantenere un buon rapporto ed io , con il mio modo di fare , cercavo di assecondarlo ed accontentarlo. Si erano lasciati dal nulla. Un giorno vennero a dirmelo ed io , in quel momento , non pensai al peso delle loro parole perché ero genuinamente curioso e sorpreso. Quindi iniziai a riempirli di domande che non furono mai realmente e pienamente soddisfatte ma forse era meglio così. Avevano fatto tutto di nascosto. Le liti , gli insulti , i vasi rotti , i problemi che salivano fino al soffitto come il fumo delle sigarette; tutto di nascosto. Me li sono immaginati , nelle settimane successive , mentre aspettavano la mia uscita di casa. Mia madre che metteva apposto la mia camera , mio padre caffè e Malboro e poi ‘boom’ , tutto esplodeva in una gigantesca lite. Dopo una settimana , spinta da mia madre , andai da una sua amica. Era una psicoterapeuta molto gentile ed imparziale, quindi presi quasi gusto ad andarci ogni venerdì pomeriggio. Iniziammo dalle basi per poi girare il discorso sui miei genitori. Le raccontavo delle incomprensioni, le frasi fraintese , il mio atteggiamento nervoso e chiuso. Ma un giorno arrivai persino a dirle “ A volte penso di essere responsabile della loro separazione. Sai , tutti i cambiamenti dovuti ad un figlio ( unico per giunta ). Le difficoltà e le pressioni che gli davo ogni giorno sempre più. “ E lei iniziò a premere l’acceleratore su questa unica domanda. Spingendomi a capire quanto volessi , anche in maniera muta ed invisibile , bene a quei due signori che mi avevano fatto nascere; “ Li odi ma alla fine sei arrivato , con la tua testa , a questa conclusione. Non penso sia una forma di vittimismo, non mi sembri il genere di persona che crea questi collegamenti mentali. Gli vuoi davvero bene , nel tuo profondo”

Questa risposta fu più forte di un pugno tirato sulla bocca dello stomaco. Più pressante del divorzio dei miei o di qualunque cosa mi fosse successa fino a quel momento. MI resi , quasi immediatamente , conto che non riuscivo nemmeno a capire a chi volevo bene o a chi volevo male. Non riuscivo neanche ad inquadrare le mie emozioni , sentimenti e legami affettivi. Pensavo di non voler mai avere intorno i miei ma mi sentivo stretto in una pressa in quella situazione. Gli avrei voluto di nuovo insieme come in quella vecchia foto dove due ventenni erano a Berlino e si abbracciavano a ViktoriaPark.
Come potevo , quindi , essere sicuro della mia tristezza lì , su quella collina , se non riuscivo a capire neanche dove finisse tutto quell’amore che provavo.

Tuttavia questi pensieri pian piano scomparvero , mentre finivo il mio tabacco pueblo , ed un altro pensiero mi venne in mente.
Smisi di andare ad un corso , offerto dalla scuola , di informatica. Amavo i computer sin da piccolo ed ero persino portato verso quelle materie ma mi impuntai contro mia madre e decisi che non dovevo seguire nessun corso, che volevo solo del tempo libero e che non mi poteva servire nulla del genere. Mentre le urlavo cose del genere , non riuscivo ad essere d’accordo con quello che dicevo e mi sentii subito in colpa. Tutto quel tempo che avevo a disposizione lo sprecavo rimanendo con me stesso su una collina mentre avrei potuto fare un corso , riempire la testa di informazioni , leggere altri libri  e vedere film di un certo spessore. Mi sentivo così spoglio davanti a tutti quei miei amici con mille passioni od anche una sola ma costante passione. Ad esempio come quando Undici mi consiglio dei vecchi film italiani anni 70. Era così appassionato mentre me ne parlava. Sembrava che la trama fosse una sua storia e mi raccontava tutte le sue interpretazioni a riguardo , tutte le scene che preferiva , le scelte registiche che non gli piacevano. Ed io mi sentivo pieni di mancanze mentre , con il sorriso , mi raccontava quelle bellissime storie. Che poi i film li guardavo e mi piacevano ma mi sembrava sempre qualcosa di artificioso , non mio.

Era uscita l’alba ed io non volevo più sentirmi in quella maniera. Mi sembrava tutto sbagliato , così fuori dal mio controllo. Ed ebbi un’epifania come con i racconti di Joyce; qualcosa doveva cambiare una volta per tutte ed anche velocemente. Questa sarebbe stata l’ultima alba in cui mi sarei sentito perso ed incompreso anche da me stesso.
Dopo quell’alba iniziai ad impegnarmi , a prendere in mano tutti i consigli e gli input che mi venivano lanciati addosso ed a usarli al meglio. Cercavo di andare in qualche direzione , senza sentimenti e seguendo un’idea che mi ero creato di “serenità “. Correvo , correvo ogni giorno fra le opinioni di chi mi era vicino e le certezze , definite tali dagli altri , che mi venivano comunicate.
A 24 anni, sette anni dopo , avevo un contratto a tempo indeterminato in un’azienda specializzata nella creazione di pagine web. Ero pieno di correttezza e rigore ma dopo alcuni mesi rincontrai una vecchia amica con cui ci fu una mezza storia. Lei mi parlava del fatto che le cose si stavano aggiustando (era una grafica freelance) ed i lavori stavano arrivando. Era così contenta e felice; piena di gioia verso il domani. Ero sicuro che sorridesse ogni giorno , bevendo un caffè , e guardando fuori dalla finestra.
Mi chiese un normalissimo “ Stai davvero bene? Come stai? “ E qualcosa esplose nella mia testa. Un’ulteriore epifania. Io la guardai negli occhi , i quali ripresero colore dopo anni , e le dissi “ Non c’è male , dai”. Ci salutammo , senza sentimenti e ripromettendoci di vederci più spesso. Mi rivede solo un anno e due mesi dopo, quasi per caso.
Da quel momento compresi quanto tutto quello che avevo costruito non fosse realmente mio. C’era un velo fra il vero me e la realtà ed io l’avevo posto in quel luogo forse perché non avevo il coraggio di esser triste ed affrontare delle conseguenze. Lasciai tutto e riniziai d’accapo con la consapevolezza che un domani avrei potuto odiare di nuovo la mia vita e cancellarla nuovamente ma non avevo alcuna paura.


Questo , lo sottolineo ( e lo sottolinea anche l’autore che ora si è andato a fumare una sigaretta , penso) , non vuole essere un insegnamento di vita, delle regolette da seguire ma , anzi , un’esperienza come ce ne sono dappertutto.
L’unica cosa che potrei insegnarvi , magari , è ‘conoscetevi meglio che potete’ anche se è inquietante ed aberrante.
Saluti.

La Matassa

Ho sempre pensato alla corsa come una tecnica segreta ideata dall’umanità. Un gesto , semplice e facile da eseguire , che ti permette in ogni momento di uscire un po’ fuori dalla tua testa.
Ci ho pensato intensamente nel momento in cui la mia amica matassa mi è venuta a trovare una mattina di Luglio.
Il caldo era ingestibile. Sentivo ogni parte del mio corpo incollarsi lentamente alle lenzuola , i capelli bagnarsi pian piano a chiazze e l’aria che non riusciva mai a muoversi al meglio ma , anzi , rimaneva immobile come se fossi diventato un quadro di natura morta. Tutto era immobile , in assenza di calma , potevo solo dimenarmi , rigirare il cuscino alla ricerca di un angolo di freschezza e cercare di immaginarmi un vento freddo dal polo nord che viene a salvarmi. Ero steso e guardavo in alto. Non osservavo , in realtà , nulla ma la ricerca continuava ininterrottamente.

Mi sono alzato ed ho pensato a cosa poter fare. Come comportarmi oggi , in questa notte calda e poco piacevole. Pensai ,in primis, alla masturbazione ma ero troppo stanco di questa umidità e una cosa come segarsi avrebbe solo dato a questo caldo una forma ancor peggiore. Presi , quindi , pantaloncini e maglietta ed uscì. Iniziai a correre. L’alba stava già salendo ma non mi interessava né il sole né il buio volevo solo correre con tutto me stesso. Tant’è che non cercai di trovare un ritmo per gestire resistenza e tutto il resto ma puntai agli scatti , alla velocità e allo sfiancarmi fino in fondo. E così fu. Mentre correvo nessuna immagine prendeva veramente forma nella mia testa, persino il bellissimo paesaggio insieme al silenzio ( accompagnato dal mio fiato affaticato) non erano veramente lì. E ripensai un attimo a Ficthe a quanto , a volte , avesse ragione nella sua visione soggettiva del mondo. Quella realtà oggettiva sembrava un’allegoria ,un racconto come questo dove si poteva parlare di colline ma anche montagne e forse c’era anche un mare salato ed immenso ai piedi delle montagne innevate. Non riuscivo a calibrare lo sguardo e la mente correva esausta con me. Mi vennero in mente diverse persone , alcune che volevo bene altre che mi erano indifferenti. Il fiato mancava , e non riuscivo in alcun modo a farcela. Voglio arrivare fin laggiù mi dissi ma non ne avevo le forze e quindi lentamente dopo una ventina di minuti iniziai a rallentare il passo , accettare la sfida ormai persa. E rallentavo , rallentavo , iniziai a camminare ondeggiando le braccia in avanti e dietro . Alzai il collo e per la prima volta dopo esser partito l’oggettivo ed il soggettivo si unirono finalmente e vidi l’alba ed un cielo molto terso ( strano con tutto quel calore secco che mi circondava) .

Ero con te l’altro giorno , parlo prima della corsa , ed uscimmo a guardare l’alba. Avevo bevuto troppo vino ed il mio stomaco ribolliva come un vecchio pentolone stregato. Io non riuscivo a reggere lo sguardo di nessuno , neanche il tuo. La testa mi spingeva in basso e gli occhi non potevano far altro che seguirla. Parlavo con la voce rauca e la gola dolente perché avevo fumato troppo. Però continuavo imperterrito a rispondere ad ogni tuo quesito. Parlavamo dei pesci , se loro potessero avere dei sentimenti come noi e tu li definisti dei “tipi ermetici” , quanto ho riso dopo questa frase.  Mi ero immaginato un pesce poeta e l’idea mi fece subito stramazzare dalle risate. Poi arrivammo al mio discorso preferito , le persone. Iniziammo a parlare di quello o quell’altro non tanto per fare dei pettegolezzi ma per presentarci , l’uno all’altro , degli esempi reali per poi continuare con le nostre infinite parole. Mi hai chiesto cos’era la fantasia ed io non riuscivo a risponderti perché non sapevo nemmeno come mettere le parole in fila riguardo ad un pensiero così complesso e  difficile , così intangibile. Quindi  , non so se ricordi , mi sono girato e ti ho guardata per la prima volta dall’inizio della nostra chiacchierata ed ho sorriso “non so” , ho anche detto. E tu hai girato subito lo sguardo , come se avessi aspettato quel mio sguardo da tempo ma nel momento in cui avevi ottenuto ciò che volevi , il risultato non era soddisfacente. Poi mi hai preso la mano , in maniera esile. Non la stringevi davvero ma facevi ricadere un paio di dita sul mio palmo con grazia. Solo le impronte digitali mi toccavano il palmo ,erano così morbide e fredde. Il mio sguardo: sulle mani , sorriso , occhi e poi cielo. Tu ti sei stesa a terra ed io volevo abbracciarti e buttarmi vicino a te. Stringerti con tutta la mia forza ma qualcosa non andava. Mi sentii sbagliato in quel momento, qualcosa non stava andando nella giusta direzione. Forse dentro di me , forse quel bellissimo prato era diventato lava ed io non sapevo come gestire la situazione. Sorrido di nuovo guardandoti con gli occhi chiusi , forse dormivi o forse mi aspettavi ma io iniziai a correre di nuovo inseguendo quella matassa per farle un accurato interrogatorio. La matassa era veloce.

L’umanità di Ghost in the Shell

 

 

ghost

 

Ho rivisto dopo molti anni ‘Ghost in the shell’. Un film  noto , ormai , alla cultura pop e una grande diamante dell’animazione ( e del cinema in genere) uscito in quel lontano 95′.

Questa non vuole essere né una recensione , né una critica al prodotto ( che io , comunque sia , ritengo superbo ed

indimenticabile) ma invece una conclusione importante , nata dopo aver rivisto quel finale.
Parto dicendo che la prima volta in cui guardai questo film , non compresi a pieno il finale. Tutta l’opera mi sembrava frettolosa ed i momenti in cui le tematiche più ambiziose sono affrontate si possono contare sulle dita di una mano. Quindi ebbi un strano risultato , dentro di me , una volta finito il film di Oshii. Non ero convinto al 100% ma mi sentivo attratto da quell’aria malsana e pesante che si aggirava intorno ai personaggi principali ( partendo da Progetto 2501 , fino al Maggiore) . Ero abbagliato da quelle animazioni così belle , la città futuristica e marcia , i combattimenti avvincenti e soprattutto da questa nuova forma , almeno per quel poco che ho visto , di androide. Una persona che è  per metà , a volte non proprio metà ma anche meno , umana e per l’altra androide. Progetto ambizioso che ha permesso a persone , come il Maggiore , di diventare super soldati/investigatori in mano ad una sezione segreta del governo Giapponese.

Queste furono le mia prime impressioni ma non riuscì ,forse perché ero più giovane , a cogliere ulteriori sfaccettature dalla storia di Oshii. Dopo un’altra visione , anni dopo , ho un’immagine più chiara di questa opera e di quello che , forse , voleva comunicarci l’autore.
Tuttavia non mi sento in diritto di giudicare quel vecchio me che ha mal interpretato il film. Forse perché mi aspettavo semplicemente una dicotomia fra umano ed androide e di come l’androide potesse , alla fine , essere più umano di un qualsiasi essere vivente.
In piccola parte questa è una tematica del film , ma Oshii vuol raccontarci molto di più.

Specialmente per quanto riguarda il finale.
Progetto 2501 si presenta , per la sorpresa di tutti , come un essere vivente. Un essere vivente come può esserlo un pesce , un animale o un essere umano. Pur non avendo un vero e proprio corpo , lui può navigare nella rete e persino viverci ( cosa che ha fatto per anni) ma qualcosa poi è cam

biato dentro di lui. Infatti , senza mai dirlo chiaramente ed infatti questa è una mia speculazione , 2501 ha scelto di smettere con quella vita. Di smettere una volta per tutte di essere un vivente all’interno di una rete  e tentare , contattando in varie maniere il Maggiore , di diventare qualcosa di diverso.

Mi ha subito sbalordito come 2501 non fosse affatto un cliché delle storie fantascientifiche già raccontate. Dove la macchina , intellettualmente più elevata dell’uomo , cerca di distruggere l’uomo stesso. Come se quell’atto fosse una forma d’identità da parte della macchina. Come se la macchina avesse bisogno di distruggere l’umano per essere effettivamente un essere vivente , senza avere più attorno qualcuno che ammette il contrario.
2501 non fa questa fine. Lui non sembra avere odio per l’umanità , non particolarmente almeno , e cerca semplicemente di perseguire il suo obiettivo..

Il suo obiettivo:
Progetto 2501 ci svela tutte

 le ragioni dietro alle sue azioni , proprio sul finale del film. In quella fantastica scena dove il Maggiore si unisce , mentalmente ( o per meglio dire trasferisce il proprio ghost ) , con 2501. 

‘Lui’ ci spiega che ha compreso nei suoi anni di vita di essere si , un essere vivente ma qualcosa mancava, come se mancasse un anello di congiunzione per farlo divenire , ai suoi occhi , un vero e proprio essere vivente. Vuole creare una prole. Infatti 2501 inizia un discorso stupendo sul patrimonio genetico e di quanto , forse , ciò rende viventi gli umani stessi. Quella sorta di bisogno di progredire nelle ere , di lasciare qualcosa di noi all’interno di un prossimo. Lui ci spiega anche la stupenda capacità degli esseri viventi di non creare una copia di se stessi ( cosa che 2501 potrebbe immediatamente fare ma quello non è il suo intento) ma generare una prole sempre diversa , un essere nuovo di zecca che possiede qualcosa dei genitori ma , grazie alla combinazione genetica ,  essi riescono a creare una nuova entità. Questo è l’obiettivo di 2501 ed ora arrivo alle mie conclusioni.

Mamoru Oshii ci racconta , o secondo me ci mette alla prova con la questione ‘Cos’è un essere vivente? ‘ e ‘ Come facciamo a decidere che non potrà mai esistere un progetto 2501? Un’IA capace di libero arbitrio può essere considerata un essere vivente?” . Penso che alla seconda domanda io pot

rei rispondere , penso anche Oshii , con un SI secco. E’ incredibile l’umanità ( anche se penso che questo sia il termine sbagliato perché , 2501 si riferisce ed è in correlazione con tutte gli esseri viventi) di 2501. 

Il progetto avrebbe potuto vivere per sempre, nascosto nella rete ed imperscrutabile agli occhi dei suoi numerosi nemici che vogliono farlo fuori. Ma invece no, 2501 si mette in gioco con tutto se stesso e cercando di arrivare , senza stupidità , al suo obiettivo. ‘Lui’ è arrivato alla fine della giostra, secondo me. Dopo aver compreso la sua forza e la sua posizione nel mondo , dopo aver compreso di essere un vivente diverso da tutti gli altri ha sentito che qualcosa gli mancava. Appunto , una prole.
Secondo me Oshii ci vuole comunicare questa regola a cui non possiamo mai davvero metterci una pezza sopra e non pensarci più. La prole. Gli umani , come tutti gli esseri viventi , quasi ‘naturalmente’ arrivano alla volontà e bisogno di generare un patrimonio genetico. Anche 2501 lo fa , in una maniera tutta sua ed unica ma lo fa.
E chi può essere il perfetto pezzo mancan

te se non una donna semi-cibernetica che cerca se stessa nell’avvicinarsi alla morte , che cerca una risposta ad una domanda che non può porsi in maniera chiara e cristalli ma che può solo intravedere nel ronzio dei suoi pensieri? Nessuno . Penso che la protagonista , il Maggiore , aspettasse quel momento da tutta una vita. Aspettasse quel cambiamento importante che le avrebbe permesso di cambiare la sua vita ed andare oltre. L’ ‘oltre’ di cui parlo , ovviamente è legato alla sua parte androide che in conflitto con la sua umanità la spinge ad essere pensierosa ed a sentire qualcosa che manca. questo è palese durante le immersioni del Maggiore , immersioni che potrebbero ucciderla , tant’è che lei stessa ammette di aver paura in quei momenti ma di avere anche una gross

a speranza , una volta uscita dall’acqua, di poter essere una persona diversa. 
2501 fa una scelta azzeccatissima ed entrambi , in qualche strana maniera , si scelgono e si uniscono.

Oshii , mi ha mostrato che la vita è ovunque , in qualunque posto. Che dentro di noi c’è sempre quella forza motrice pronta a spingere noi stessi a farci delle domande. Il dubbio , l’incompletezza , la saturazione dello stimolo sono tutti elementi che noi , esseri viventi , dobbiamo incontrare prima o poi. Oshii mi ha comunicato proprio quella fragilità umana che però non è così umana alla fine , ma è figlia dell’intelletto. Progetto 2501 avrebbe potuto evitare qualsiasi probl

ema rimanendo fermo immobile nella sua ‘vita’ ma comunque ha scelto di ambire a qualcosa di più , mettendo tutto a repentaglio ( uccidendo la sua stessa identità per creare qualcosa di nuovo con la maggiore) .

Noi uomini , forse sarà così anche per gli androidi , non possiamo smettere di farci domande e non possiamo rimanere fermi. Siamo esseri che cambiano e si mutano , che vivono di quel Panta Rei dentro ed intorno a noi.

Impegno- Riempirsi

Leggevo di una ragazza che parlava , postava forse è meglio , quindi scriveva. Scriveva riguardo al fatto che sia giusto leggeri autori minori , leggere letture e libri leggeri che ti permettano semplicemente di passare il tempo con una buona o cattiva storia.

Nel momento in cui l’ho letto non sono riuscito , nemmeno per un attimo , ad essere d’accordo con lei.E mi è sorto un pensiero , molto bello riguardo alla lettura. Riguardo a questo amore che mi porto dietro dai primi dieci anni con i topolino e i vari fumetti , fino ad arrivare a quello che leggo ora.

Secondo me la lettura deve essere un impegno ,in ogni momento.
Un impegno che la persona si pone per migliorare se stessi ed accrescere le proprie conoscenze. E’ importante coltivare e dar continuamente cibo alla mente per allenarla e riempirla al meglio. Questo è il poco che ho imparato in questi anni.
Ricordo ancora , durante le medie , la mia strana fissa per la Coscienza di Zeno. Un libro tosto , duro e difficile da leggere ed interpretare specialmente quando si è giovani. Ero così piccolo , ora che ci penso , e così inerme davanti a quell’opera che ci capivo ben poco. Il capitolo sul fumo me lo gustai per bene , era piccolo ma consistente e riuscivo a sentire addosso il peso di quelle parole . Fui così affascinato da quelle frasi , quel nichilismo , quella negatività che non avevo mai conosciuto. La capacità di essere inerme senza rendersene conto. Imparai tutto questo; ovviamente i capitoli successivi mi distrussero. Alcuni li adoravo , come la morte del padre, ed altri li sentivo pesanti e pedanti. Ricordo che per portare a termine quel libro ci mesi diversi mesi e tanto impegno.
Imparai immediatamente una cosa. Dopo quel libro tutto ciò che avrei dovuto leggere sarebbe dovuto essere superiore o di uguale caratura rispetto al miscuglio stupendo di Svevo. E così fu. Mi impegnai , chiedendo in giro e provando a leggere nuovi autori. Ed oggi mi ritrovo con dei libri stupendi che non sono sempre delle mine assolute ma possono , comunque sia , darmi qualcosa di grosso. Ingrassarmi di conoscenza.
I libri devono riempirti e lo devono sempre fare. Non devono assolutamente essere un semplice passa tempo e/o intrattenimento, se lo è ben venga ma deve , a mio parere, accrescerti. Così da avere qualcosa a cui pensare una volta finito e chiuso il libro.

E con questa forma mentis , ho scoperto Esse ,Mishima , Miller e tanti altri autori che mi accompagnano e mi raccontano storie e pensieri che mi riempiono sempre più. Ho sempre qualcosa di nuovo a cui pensare , un motivo in più per imparare , una missione per me stesso. Questo è tutto ciò che amo della letteratura. Questa è la lettura per me.
Quindi no. Non venitemi a dire che è un passatempo , che una lettura semplice può far piacere perché può pur sempre far piacere ma i libri devono essere qualcosa di più. Un passo in avanti ad ogni libro chiuso.
Oggi ho finito 4321 di Auster. E per quanto lo ritenga ,si un libro tecnicamente perfetto ed incredibile , minore rispetto ad altre sue opere mi ha dato tanto. Ho conosciuto una situazione socio- politica che non conoscevo , stili di scrittura che adoro e pensieri profondi intorno alla vita , alle scelte e alla fortuna che si affianca sempre alla vita.
Ed è bello così. Migliorerà sempre di più.

8 e la nostalgia

Ero affamato e disperso in una città che conoscevo poco. Quella spaesamento da turista che ti porta a guardarti intorno di continuo, a fotografare e a soppesare i paesaggi.
Ero stato colpito da un piccolo negozio di snack tipici. Dalle piccole insegne riuscì ad intuire solo questo.
Una piccola scritta rosa ‘Candy’ su di una vecchia porta nera. Mi ritrovai davanti una piccola scalinata che saliva , circondata da piccoli sticker e poster alcuni incorniciati alla porta ed altri semplicemente incollati; la scalinata era molesta e claustrofobica. Soffitto basso, pareti strette e scalini molto distanziati l’uno dall’altro- ma uno strano odore , nella scalinata, mi attirava. Era come se lo conoscessi e lo avessi perso mentre il mio naso cercava di farmi tornare alla mente delle sensazioni ed immagini oramai perdute.
Un’altra porta- più larga della prima mi permise di arrivare al negozzietto.

Un muro gigantesco di caramelle mi si presenta davanti ma riuscì ad udire un ‘Buongiorno’ seguito da dei passi dolci e veloci.
Superando il muro pensai di trovarmi dentro un vecchio arcobaleno che era crollato dal cielo e dalle sue ceneri fosse stato costruito tutto ciò. Il negozio era piccolo in fin dei conti ma il quantitativo di snack, dolci e patatine rendevano ai miei occhi questa piccola stanza un gigantesco grande magazzino.
Innamorato e sorpreso da tutto quello che riusciva a contenere ebbi un sussulto al centro del petto, la saliva diventava appiccicosa e gli occhi brillavano di luce riflessa. Ricordai il negozio del padre di 9. Aveva questo negozio di scarpe non molto grande, tutto lì era in ordine e le scatole ben impilate. Quasi ogni giorno d’estate io e 9 amavamo ritornarci nel gigantesco retro bottega. Una stanza gigantesca, usata dal padre di 9 come magazzino.

Le scatole , in quella magica stanza, erano sparpagliate. Tappetini e scatole ovunque, scarpe rotte o fuori commercio lasciate a marcire agli angoli della stanza. Io e 9 entrando nel negozio salutavamo in fretta suo padre e sfrecciavamo, soprattutto per salvarci dal caldo, nel magazzino. Io mi sentivo così furbo e geniale insieme a 9perché sfruttavamo la vita impegnata del padre per intrufolarci lì, in un piccolo mondo tutto nostro. Seduti su scatole per scarpe, con una ruvido scatolone di cartone come tavolo, giocavamo a carte per ore oppure provavamo le scarpe e infine una piccola guerra con fortini formati da piccole e grandi scatole. Facevamo così chiasso che —
– Buongiorno, mi pareva fosse entrato qualcuno- un sorriso.
Risposi al sorrisi ma non riuscì a dire o fare , inesorabilmente perso nel miei mondo di ricordi di infanzia, mi sentivo come un minatore che dopo aver trovato la prima pietra preziosa continua a scavare nella stessa direzione per trovarne altre.
Feci finta di guardare le pareti in cerca di cibo mentre scavavo , sempre con più forza , nella mia mente il più possibile per non perdere questo vecchio ricordo che avevo da anni sepolti .
Prendo un dolce al cioccolato, una piccola palla ripiena di liquore e corro alla cassa con un viso perso e rossiccio. Solo una volta davanti alla cassa mi rendo conto che quel buongiorno era di una donna anziana – la proprietaria supposi- poi con un piccolo sorriso porgo il dolce sempre guardandomi intorno e mai incrociando i miei occhi con quelli della signora.
Lei prende lentamente il dolce e lo batte alla cassa e poi porgendomelo e dicendomi il prezzo ,continua a parlare.
– Succede ad un sacco di persone in questo luogo.-
In un attimo mi impietrisco davanti alle sue parole, a quel sorriso dolce, alle labbra che si aprono con lentezza e pacatezza. Noto la sua corporatura minuta, dagli zigomi delle guance grossi e ben definiti  che si vanno a riempire quando sorride, capelli grigi e bianchi, lunghi ma legati a formare una treccia. Lei continua.
– Sapete, succede a molte persone che vengano a trovarmi in questo umile negozio. Forse perché è aperto da più di trent’anni e cerco di mantenere quell’aria antica e passata e , così , tutte le pareti , i dolci e gli scaffali appaiono come oggetti di antiquariato. Un piccolo museo di esperienze e ricordi , sensazioni e sentimenti.
– Come fa a..
-Come faccio a saperlo? Ragazzo ho vissuto almeno il doppio dei tuoi anni ed ho passato praticamente la tua età a gestire questo piccolo negozio. So bene cos’è la nostalgia. Ogni uomo  ne ha un po’, magari stipata in una stanza oscura della propria mente ma so per certo che ognuno ne ha , almeno una piccola quantità.

Mi persi un po’ in me stesso per qualche secondo ed abbassai lo sguardo. Ero così nudo in quel momento , così impotente tanto da essere scrutato senza difese dagli occhi di quella donna.
-Mi capita, si. La nostalgia è una brutta bestia.
Mentre usavo questa frase standard, di circostanza allungai i soldi sul bancone, cercando di rialzare il viso.
Cercavo di riprendere il controllo della situazione e riottenere quelle piccole difese emotive , costruite in anni ed anni, però non appena allungai la mano per lasciar cadere i soldi sul bancone , la signora poggiò dolcemente la mano sulla mia.
– Una bestia? Non penso affatto. La nostalgia è un’arma così potente ed è sempre dietro l’angolo.
Ma , come la vita d’altronde, non la si può controllare o maneggiare a nostro piacimento. Forse è questo ciò che ci spaventa; l’assenza di controllo. A volte ci rende deboli ed inermi, come sta succedendo a te ora ed a volte , invece, ci da la forza di andare avanti. Se vedessimo la nostalgia per quello che è , sarebbe sempre un’amica fidata.
Presi forza.
-E cioè? – dissi guardandola dritto nei suoi piccoli occhi marroni , era la prima volta  che ci riuscivo con così tanta risolutezza.
– A volte si vive di nostalgia, a volte si può morire di nostalgia; a volte crea coraggio, senso di colpa , invidia ma lei , in fin dei conti, è solo un farsi cullare dai ricordi, un bagno caldo in ciò che siamo stati. Una testimonianza di noi stessi.

Sorrisi e riottenni la mia mano. Lei prese i soldi e come se non fosse successo  nulla , mi augurò una buona giornata.
Erano tornate tutte le mie difese, quindi mi ricomposi e la salutai sventolando la mano.

Un dolce magone mi riaccompagnò per tutta la strada.
Dal negozio all’hotel.

Violenza. Hong Kong. Joshua.

Stavo leggendo il diario di Joshua Wong. Un ragazzo , un anno più grande di me , che racconta nel suo diario la situazione che hong kong vive ogni giorno. Mi parla di tutte le ingiustizie che sono costretti a vivere, della complessa differenza fra la sua città ed il resto della Cina. E mi parla della voglia di non ricadere in un totalitarismo che appare come un partito. Mi racconta della frustrazione e rabbia che ogni cittadino di Hong Kong deve provare, a dover lottare contro leggi assurde e politici totalmente sordi rispetto alle richieste della popolazione.
Ad un tratto , dopo diverse pagine, viene trattata la famosa legge d’estradizione che ha portato , durante il 2019 , il popolo di Hong Kong a ribellarsi . Joshua mi racconta di una rabbia esplosa con questa legge ; una rabbia frutto della continua censura che stava pian piano aumentando nella città , dei prigionieri politici ( di cui Joshua entra a far parte nel 2017) e della chiusura di alcuni partiti che inneggiavano all’indipendenza della città rispetto al Pechino. Realtà così lontane da me da straniarmi , fino a quando non parla della rivoluzione violenta che è nata nel 2019. Un gruppo di attivisti , probabilmente stanchi di presentare altre manifestazioni pacifiche ( come quella degli ombrelli nel 2014) , hanno creato una vera e propria rivolta scaturita , come dicevo , da questa legge d’estradizione. Non ho ancora finito il capitolo ma lo farò al più presto , nel mentre ho interrotto la lettura per informarmi un po’ da fonti esterne. Per quanto Joshua Wong sia un ragazzo che ammiri e che può , senza ombra di dubbio , testimoniare per il suo paese avevo bisogno di altri punti di vista , video ed audio che mi avrebbero aiutato a comprendere la situazione al meglio. Ho scoperto che si vestono tutti di nero ,con dei caschi gialli e delle bandane sul viso o maschere anti gas. Si comportano come i black bloc ( non sentivo questo termine da tempo) e sono arrivati persino a distruggere negozi e centri commerciali per mostrare il loro disappunto. Sono studi nel pacifismo che , a detta loro , non porterà ad un miglioramento.

E’ necessaria la violenza?
Questa è la domanda che mi sono immediatamente posto dopo aver visto un paio di video sugli accaduti. Perché qui non si sta parlando semplicemente di una guerra fra il governo ed i cittadini ma di qualcosa di più complesso e più interno che io forse non potrò mai comprendere fino in fondo. Ho visto lotte fra dei ragazzi , della mia età all’incirca, contro i poliziotti. In un video si vedeva un poliziotto accerchiato dai manifestanti , sparare sul petto di un ragazzo che poi cade a terra come una carcassa. Nel video si dice che il ragazzo è in ospedale ed è sotto controllo ma questo video è di mesi fa e mi chiedo se quest’uomo sia ancora vivo. Tra questi video però , oltre alla violenza contro il “potere”, noto altri video che mostrano tristemente un’altra faccia della realtà. Questi Black bloc colpiscono con mazze e sassi ,normali cittadini che probabilmente volevano contrastare questa forma di vandalismo rivoluzionario. Ed a un certo punto un ragazzo cade a terra, di nuovo come un animale morto , per una lapidazione da strada quasi. Una pietra gli vola in fronte e cade a terra, stavolta non un black bloc ma un normale cittadino. Forse è morto , mi chiedo.

La violenza è necessaria?
La questione è così complessa. E sono certo che anche se iniziassi a leggere saggi su saggi riguardo a questa situazione di rivolta non potrei veramente cogliere l’aria che loro respirano  (i cittadini intendo) né sentire giustizia o ingiustizia.
Parliamo spesso di grandi uomini come King che grazie al pacifismo e semplicemente con caparbietà hanno mostrato al mondo le proprie contraddizioni, portando quindi ad un cambiamento. Ma penso che ora la storia sia diversa. Negli ultimi anni un alone di finta pace aleggia nei più grandi paesi. Senza allontanarci troppo , la Cina si è rialzata economicamente divenendo una delle grandi potenze economiche e militari mondiali. La corea del Nord non è stata da meno , spiccando sotto i riflettori. Il mondo ci dice che tutto sta andando bene , che la libertà è stata raggiunta , che i totalitarismi sono solo un vecchio evento da ricordare e disprezzare al meglio. I ragazzi inneggiano all’antifascismo come se fossero stati fra quelle trincee cittadine a tagliare teste di altri compatrioti per una libertà forse fittizia. Loro sicuramente pensavano che quella libertà verso la quale si ponevano era vera , necessaria , qualcosa per cui combattere e così fu. Il sangue si è sparso ovunque dalle campagne ai mattoni vecchi delle strade.
Hong Kong penso che non sia da meno , come tutta la Cina d’altronde. Non riesco ad immaginare che il popolo cinese vedi totalmente di buon grado il partito comunista. Non riesco ad immaginare che non sentano quella puzza di minaccia e tirannia in mezzo alle strade , in mezzo alla burocrazia , in mezzo a tutte quelle leggi così convenienti per il partito.
E’ orrenda la violenza. Sarebbe stupendo un mondo senza questa parola. Specialmente quando questa parola deve accomunarsi non a pochi individui ma ad una comunità gigantesca , come quella di una città o in certi casi di uno stato. Sarebbe bellissimo. Ma non penso che il mondo riesca a farne a meno. Così come questi cittadini cinesi non riescono a farne a meno. Hong Kong ha semplicemente, a mio parere , sentito ( prima di unirsi alla Cine) quella puzza di libertà , forse fittizia , ed è bastata. E’ bastato quell’odore acre e difficile da comprendere per spingerli a ciò. Joshua scrive che i cittadini di Hong Kong hanno dentro di loro una sorta di rabbia repressa, una voglia di rivoluzione , lui la chiama voglia di democrazia. Penso che siano punti di vista.
Tuttavia questo paese , a differenza del resto della Cina, ha sentito questa possibilità , queste utopie per il partito comunista ed ha voluto inseguirle , purtroppo anche fino alla morte.

Penso che la violenza sia necessaria in un certo momento. Non c’è niente di bello , niente di cui essere fieri di questa violenza ma c’è e forse deve esserci. Ovviamente dentro di me , sento un fortissimo disaccordo con la violenza contro i cittadini stessi , la distruzione di negozi ed il terrorismo psicologico lanciato addosso come secchi d’acqua ma sono una conseguenza inevitabile. Non può succedere altro se non ciò.
Quando uno stato cerca di metterti i piedi in testa e tu , cittadino , hai la forza di comprendere che loro sono in errore e di prendere in mano la situazione ecco cosa si scatena. Comprendo lo sconforto , la rabbia e la frustrazione o meglio , posso immaginarla. La Cina ha cercato di mettere i piedi in testa ai suoi stessi collaboratori ( i cinesi) ed è scoppiato tutto in un secondo. La legge , a distanza di mesi , è stata ritirata ma questo non cambierà la situazione. Anzi , ora i cittadini sanno di avere in mano un potere incredibile , un potere che in occidente ci siamo dimenticati per troppo tempo e tutt’ora facciamo finta di non vederlo. La ribellione popolare ha portato Liam a rimuovere la proposta della legge sull’estradizione , il popolo ha vinto. Ha vinto con morti , soffrendo , combattendo non solo con la violenza ma con un’ira senza precedenti.

Penso che , come successe per i partigiani , solo il tempo potrà definire giusta o meno questa violenza.
Ma tutta questa vicenda , che mi appassionato devo dire, mi ha ricordato una cosa.
Ce voluto l’oriente a ricordarmi cos’è la rivoluzione. Cos’è combattere per il più debole. Cosa significa unire le forze per un bene superiore e futuro, con tutto l’altruismo possibile. La rivoluzione serve , sempre. Violenta o pacifica che sia.

Quis ut deus

Chi come Dio.
Ho letto questa scritta fuori da un santuario. Un santuario che conosco da più di vent’anni eppure quella scritta, quis ut deus, è uscita fuori solo ultimamente. Chi come Dio? . Il significato del mio nome in ebraico.
La scritta si trovava sopra una scultura di un teschio che a sua volta sovrastava un cancello, un vecchio cimitero mi dicevano.
Quando ho scoperto il significato di questa frase però, non ho minimamente pensato a qualche accezione religiosa, cristiana o metafisica. Ho immediatamente pensato a me, come individuo.

Da ateo, l’unico Dio che mi è venuto in mente ero io. Nessun’altra immagine se non questa.
E pensavo alla mia bivalenza. Dio e credente. Dio, in quanto artefice del mio presente, colui che sceglie e decide la strada da intraprendere ma anche un credente. Credente perché a volte aspetto, con le mani congiunte, aspetto qualcosa che parta da me o dall’esterno. Ma questa implicita fede c’è ed attendo.

Il Dio però sente dentro una vocina che lo scredita e lo rende più piccolo
Il credente sente che qualcosa manca;vorrebbe crescere in altezza

M

Stavo pensando che non do un bacio a mia madre da un sacco di tempo. Saranno anni , se non conto i saluti forzati , gli abbracci in situazioni forzate , i falsi come stai dopo un ritorno. Saranno almeno 10 anni , forse anche di più.
Eppure ho un’immagine fissa nella testa. Una dolce immagine devo dire. Io ero piccolo , durante un’età imprecisata e sono nel suo letto. A pensarci ora , in quei momenti non ricordo mai mio padre. Forse perché mi infilavo con clamore, come fosse una gara , nel letto di mia madre solo durante le mattine. L’avrò fatto anche di sera , sicuramente ma mio padre non appare in questi squarci di ricordi.
Eppure ho questa immagine fissa stampata nella mia mente. Io e mia madre faccia a faccia mentre io la guardo , lei cerca di dormire con gli occhi socchiusi e la mia mano , la sinistra si allunga sulla sua nuca. Le dita iniziano a scendere nei capelli tinti biondi ed inizio a muovere su e giù con lentezza. Adoravo da bambino quella sensazione di freschezza fra le dita quando ci passavano dei capelli puliti , lei ha spesso i capelli puliti.
Su e giù per infiniti minuti . Non ricordo nient’altro se non questo movimento che nella mia mente appare infinito. Un ricordo così , in mezzo ad altri miliardi , è stato scelto per essere conservato. Come se ci fosse un senso in tutto questo.
Data la mia memoria flebile e poco concreta , tendo spesso a dimenticare momenti importanti o significativi. Non tutti ovviamente ma spesso capita. Eppure questo ricordo è fisso nella mia mente in maniera indelebile e mi chiedo se ci fosse un motivo. Come quando dissi a mia madre , in lacrime , che avevo immaginato durante un pomeriggio la sua morte e mi chiedevo e chiedevo a lei , come avrei fatto dopo la sua morte; ovviamente lei mi rassicurò come meglio poteva.

Eppure sono lì. Incastonati fra i ricordi più brutti e belli della mia vita. Ci sono questi due ricordi della mia giovinezza e dell’infanzia che nessuno mi ridarà indietro.

Ed è ancora più alienante come riesca ancora a sentire quella sensazione fra le dita meglio di molti baci , palpate e mani strette più forte che potevo. Come se il resto non fosse altro che plastica al confronto.

Senti freddo in mezzo alla gente

Senti freddo in mezzo alla gente?
A volte capita. Non è  colpa di nessuno. Non lo è mai stato.

L’altro giorno pensavo a quanto io fossi fuori da tutto.

Il denaro non mi ha mai realmente interessato. Ricordo ancora  quando , andando in banca per ritirare lo stipendio di tre mesi di lavoro , non sentivo nulla. Riuscivo solo ad essere infastidito. I soldi per cui avevo faticato non erano altro che una chimera. Non avevo lavorato un singolo minuto per quei soldi , non mi interessavano. Saranno comodi , mi ripetevo. Lo sono stati. Ma non mi hanno emozionato. Più di duemila euro che non significavano nulla per me. Erano solo carta. Quel ragazzo di trentanni me li porse ; ai miei occhi non erano altro che carta colorata. Strano mi son detto. Avevo tutti quei soldi ma non significavano nulla. Avevo pensato che quel momento sarebbe stato importante ed unico. Un momento di svolta nella mia vita ed invece si presentava solo come un’altra seccature. Che cosa strana. I soldi , una seccatura. Un accostamento che non si sente spesso , immagino.

Ma di quel lavoro mi è rimasto il ricordo di me stesso , nient’altro. E penso che non ci sia nulla di più prezioso per ciò che sono.

Ho smesso di perdermi nei miei pensieri e mi sono affidato alla realtà. La realtà è che ero riuscito a lavorare bene , a mostrare il meglio di me , avere disciplina , forza e carisma. Non avevo paura o timore , agivo guidato solo da quello che volevo e dovevo fare. Una sensazione fantastica. In quel momento non lo era. Era tutto un sudore immenso , le gambe che morivano pian piano ed il sonno che avanzava ma a posteriori è stata una dimostrazione. La dimostrazione di potercela fare.
Come se l’immagine di me stesso fosse scomparsa e rimpiazzata da un’altra. Ero vivo e tutta quella vita era merito mio. Emozione unica. Riuscirci. Unico.

 

Ora , infatti , ogni volta che ho timore del futuro o di ciò che potrei o non potrei fare ,sorrido con forza ricordandomi quei momenti. Momenti che definire di felicità è riduttivo. Erano qualcosa di più. Ero dentro un grosso ingranaggio ,non guidato da me ma la serenità che ottenni era qualcosa di così prezioso. Ero io , le mie mani e la mia energia. Ero io. Mi son riscoperto , ritrovato dopo tutti quei mesi immobili.

Ancora ricordo quella finestra che faceva passare un fascio di luce. L’odore di cenere tutto intorno. Le lenzuola che puzzavano di sudore e depressione. Quelle quattro mura che mi rinchiudevano. Ci sarei morto lì dentro , se non fossi scappato. E sarei morto immobile nel tempo se non avessi intrapreso quell’esperienza. Sarei ancora sul letto , a pancia in giù , ad ignorare la mattinata lì fuori.
Avrei pensato ancora. “Perché alzarmi dal letto? “

Vuoto

Sembra un mondo vuoto a volte. Nella tenebrosa notte riesco a ricrearmi spazi personali coperti da scudi di sigarette, di masturbazione e musica. Una struttura indefinita ma stabile. Non vacilla mai. Non vacilla mai, mi allontana da tutto in ogni caso. Sono lontano quando sono qui; Sono in un mondo diverso che riesco a ricamare lontano da tutto. E quando esco da questo guscio guardo un mondo che non sento propriamente mio, come se fosse un regalo datomi da chissà chi. Mi sento lontano. Questa lontananza non fa che aumentare all’aumentare delle dimensioni della mia persona. Ciò che scrivo adesso non è altro che una testimonianza di questa lontananza. Un punto fuoco che io allontano. Forse non sono abile a volare fra quelle parole, quegli sguardi.
Il mondo che  ho creato salverà o ucciderà la mia persona?