La stanza rossa

Erano passate due ore dentro la sala operatorio di Yity , piccola città nel bel mezzo delle più grandi foreste Arabe. I chirurghi non erano riusciti a salvare Nove. Nove amava sfrecciare con la sua macchina rossa carminio quando voleva sentire la testa leggera ed i piedi pesanti. Quella fu una serata particolare per Nove che si sentì quasi costretto a mettere in moto il macchinario e correre via. Nove incontrò un camion  che , per colpa della pioggia , aveva slittato andandogli in faccia. I chirurghi se lo ritrovarono in sala , trasportato in fretta e in furia , senza una gamba ma ancora ansimante. Come detto prima , cercarono di fare il loro meglio ma dopo due ore il cuore di Nove non resse e le emorragie che presentava erano troppo gravi per essere affrontate da dei semplici uomini e donne , lì a lavoro.

Dove sono, fu la prima cosa che Nove pensò quando si ritrovò in una stanza perpendicolare la cui larghezza era almeno un terzo della lunghezza. Non aveva mai visto una stanza  così lunga e così stretta. Si iniziò a guardare intorno in parte shockato ed in parte con una calma , in quel momento, innaturale. Ricordava tutto come se la sua anima si fosse staccata dal corpo dopo l’incidente e fosse diventata un grande occhio pronto a tenere sotto controllo la situazione. Ricordava l’impatto , la strada bagnata , la puzza di asfalto e la sala operatoria. Ricordava ovviamente anche la sua morte , la sua non riuscita guarigione. Si sentiva così alienato da se stesso in quella stanza rossa. Era ovvio per chiunque provare paura o almeno sconforto data la morte così violenta ed inaspettata.

Riuscì ad uscire dalle sue elucubrazioni nel momento in cui un tonfo , pari ad un’esplosione , giunse alle sue orecchie. Si girò di scatto , immaginandosi una parete alle sue spalle ( la porta era oramai sparita) esplosa in mille pezzi. Non c’era nulla , se non una parete rossa carminio come la sua macchina. Come va? Sentì Nove dall’altra parte della stanza , si rigirò e crucciò gli occhi. In fondo una figura in smoking seduta lo aspettava. Ne era cosciente. Nove fece dei semplici conti e capì immediatamente che intorno a lui nulla era reale davvero , un sogno onirico pensò. Oppure era questo che si celava dopo la morte? Una semplice stanza ? Nove era ancora più perso nei suoi monologhi che la voce , in fondo alla stanza, iniziò a sventolare il braccio destro come si fa con un vecchio amico che non si incontra da tempo. Ehi ehi ehi , urlava il tizio e quindi Nove , con una risolutezza che sorprendeva lui stesso , si incamminò verso la fine della stanza. Pensava fosse la fine della stanza. Perché per qualche ragione la parte finale che dava un limite al perimetro si allontanava ad ogni passo ; il signore in smoking però era fermo , sempre lì ad agitare le braccia forsennatamente. Come se si trovasse nel deserto del Sahara , un miraggio bussò alle porte della mente stanca ma risoluta di Nove e così , come se nulla fosse , un piano ed uno sgabello nero apparvero vicini al tizio.  Una volta arrivato dal tizio , dopo qualche minuto di camminata , Nove non disse nulla ma alzò la mano in segno di pace.
“ Come ti senti? Tutto bene? “ Nove si rese conto che non fu solo il pianoforte e lo sgabello ad apparire ma un cilindro alto 50 cm almeno , si materializzò sulla testa del signore davanti ai suoi occhi. Riusciva a notare solo gli occhi totalmente neri ,  per quanto riguardava la pupilla , l’iride e la cornea. Ma Nove risoluto come all’entrata nella stanza non si fece impaurire e dopo aver abbassato la mano rispose con un determinato “ Mai stato meglio”. Iniziò a ridere la Morte. Nove lo aveva capito , tutti i ricordi offuscati e le oniriche manifestazioni che aveva visto non erano un caso, lui doveva essere la Morte o comunque qualcosa del genere. Risoluto come pochi , il nostro Nove.
“Quindi sono morto, giusto? “
“Perspicace”
“ E tu sei la Morte , giusto?
“Troppo. Perspicace.  Mi hai tolto il gusto della sorpresa e che cazzo” Nove sorrise dopo quelle parole , non si sarebbe mai immaginato la morte come un signore così ben vestito e così ilare.
“Mi hai tolto tutto il divertimento ma cosa possiamo farci ora , no? Tanto sei morto , quindi” Iniziò a suonare una sinfonia al pianoforte, dolce  e lenta. Nove pensò subito ad un ballo fra due innamorati , accompagnati da quelle note . Si sentì meglio , meno stranito.

“E quindi? “ La Morte continuava imperterrita a suonare senza mai guardare i tasti del pianoforte, doveva essere stato un grande pianista da giovane , pensò Nove ridendo fra sé e sé

“Nessuna paura? Sei morto bello , non è una cosa risolvibile lo comprendi? E se sei qui con me vuol dire che non hai combinato nulla di buono là fuori e tu rimani così a ridacchiare e a pensare cose buffe su di me ? E poi certamente. Sono sempre stato un grande pianista, mi ci allenavo molto e con tanta dedizione. “

Questa frase mise Nove in un punto critico , quindi la Morte aveva questi poteri. Ma poi si calmò , arrivando alla conclusione che era abbastanza ovvio che un’entità del genere , in un posto del genere fosse fuori dal comune. Nove tornò ad essere risoluto come una volta.

Il motivetto al pianoforte si fece più incalzante ed anche le dita iniziarono a prendere velocità senza però mai girare lo sguardo sulle sue mani , la Morte continuava a fissare Nove.

“Scusa la domanda ma non hai paura? Hai capito di essere andato , puff tutta la tua vita è scomparsa in uno schiocco di dita , sei persino cosciente di avere davanti ai tuoi occhi la Morte e sei così … così risoluto? Che tipo strano che sei”
“Non è stato difficile capirlo , ti dico. Questa stanza è tutto fuorché mortale od umana. Mi ero subito reso conto , dalla porta scomparsa alla mia entrata , che non ero nel mio mondo. Ho fatto un semplice 2+ 2. E poi a dirla tutta io…” Una piccola pausa portò subito Nove ad abbassare lo sguardo , per la prima volta in questa stanza rossa e cangiante aveva perso la sua risolutezza
“ A dirla tutta? “
“La paura di morire e della morte è una scusa.Io non ho paura di queste cose”

SBAM. Il motivetto nato come un lento, dolce e delizioso trasformatosi in una ballata incalzante, si stoppò in un istante. Passarono pochi secondi e poi la Morte per la prima volta non volse il suo sguardo verso Nove ma verso il pianoforte ,poi diede due forti pugni sui tasti che emisero un suono grave ed assordante. L’atmosfera era cambiata quel rosso carminio stava lentamente cambiando colore , si avvicinava ora al giallo e ora al verde. Nove si stupì di quanto viva fosse quella stanza , immaginò per un momento la rabbia che aveva potuto scaturire nei confronti della morte. Era una mancanza di rispetto come se un servo avesse buttato a terra il cibo del padrone. Per la prima volta in tutta questa avventura Nove si sentì prigioniero della Morte e non sapeva cosa aspettarsi.
“Non capisci vero? Non riesco proprio a fare altro che riempirti di frasi senza scopo e senso, vero? “
Nove sapeva di essersi messo nei guai e perse ogni briciolo di risolutezza.
“Ora non parli? “La paura di morire è una scusa “ gne gne ed altre cazzate. Quelle sono parole frutto di un’umanità fin troppo stupida ed insensata , non lo capisci?. La morte non è semplicemente questo. Non è solo un’entità di cui puoi avere paura o meno” La Morte si fermò e si mise in piedi , fissando negli occhi Nove che intanto si stava facendo piccolo , stringendo le spalle ed abbassando impercettibilmente il mento come se fosse un ragazzino pronto a ricevere le ingiurie di sua madre.

“La morte è molto di più di questo. La morte è un momento che la tua specie deve affrontare volente o nolente; è una situazione che spesso rappresenta la tristezza e poche volte la serenità. La morte non è solo un sentimento od un avvenimento; è una resa dei conti” La Morte pian piano iniziava ad ingigantirsi e ad alzare la voce , persino il colore della sua pelle che prima era simile a quello umano cambiò. Uno strano grigiume ricoprì la sua pelle e lo rese mostruoso agli occhi di Nove che in totale silenzio ascoltava

“Quando muori , non sei solo tu a morire ma anche i tuoi progetti ed il tuo futuro. Tutto ciò che un giorno saresti potuto diventare , il meglio che la vita ti potrà mai dare non esiste più , come te d’altronde. E cosa ti rimane? Nulla? Non credo. Rimangono le persone mio caro Nove. Chiunque ha dei legami flebili o sani che siano. E’ la vostra più grande qualità , accoppiarvi e creare relazioni di ogni genere. E’ uno dei vostri pochi pregi ed è qui che la morte , l’atto di morire possiede il suo fulcro. La morte è una resa dei conti , capisci? Quando muori le persone intorno a te che hai infettato con la tua presenza metteranno sulla bilancia la tua persona. E’ solo dopo la morte, solo dopo la tua dipartita che puoi comprendere quanto valevi , quanto bene hai creato e quanto male hai arrecato. Il mondo e le persone non sono altro che pesi su una gigantesca bilancia che sia Dio , l’universo o un’arancia questo non mi interessa. Ciò a cui devi dare peso , quindi , non è la morte in sé ma ciò che è stato prima. Lo so , lo vedo nei tuoi occhi. La tua fidanzata , tua madre ed i tuoi amici sentiranno una mancanza enorme , Nove. Nove riesci a sentire questo peso  , riesci a sentirti il peso che hai portato nel mondo , ora? “
Mentre la Morte pronunciava quest’ultima frase , appoggio un arto sulla spalla di Nove come un buon padre e poi premette così forte da far sussultare Nove. Qualcosa di magico , potremmo definirlo , accadde. Nove comprese il suo peso nel mondo , in maniera telepatica. Come un programma registrato , riuscì a rivivere tutte le cattiverie , l’amore, l’odio , la gelosia ed ogni altro tipo di sentimento che Nove aveva portato al mondo e alle persone a lui vicine. Per Nove passarono quasi due anni , all’interno di quei ricordi così nitidi e chiari ma nella stanza oramai verde in cui si trovarono non passò nemmeno un secondo. Nove tornò in sé e cadde sulle sue ginocchia ed intanto la morte riprendeva sembianze simili a quelle precedenti , ridipingendo con le sue emozioni la stanza oramai nuovamente rossa carminio.
Nove visse un’esperienza nuova . Riusciva a ridere e subito dopo a piangere, prendersela con se stesso e sorridere per ciò che aveva fatto. Più di un migliaio di emozioni entrarono nel corpo di Nove che non poteva far altro che soccombere a quest’ultime.

Dopo ore Nove si calmò e tornò in sé. Lucido e pronto a ciò che sarebbe venuto dopo. La morte lesse nuovamente la mente di Nove e vide come il ragazzo , oramai trentenne , davanti ai suoi occhi aveva compreso la verità sulla vita e sul peso che aveva avuto nel mondo.
“Grazie “ Sussurrò Nove “ La morte è proprio il reso conto di una vita” . Aggiunse un sorriso e si alzò in piedi guardando gli occhi neri e limpidi della strana entità davanti a sé.
Ed ora? , chiede Nove
“Vuoi suonare un po’ ? “

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Gabbiani

Sono le 5 di mattina, ho delle valigie sotto gli occhi ma non ho tempo di pensare. In fretta e furia preparo un caffè mentre infilo le gambe nel pantalone, camicia e calze. Corro a destra e a manca per ordinare la mia valigia, sto tornando. Esco in fretta e furia. È tutto buio, sono solo con una decina di macchine che sfrecciano al mio fianco. La valigia è pesante, la borsa che sostengo con una spalla mi crea un grande fastidio. Mentre cammino, fumando una sigaretta, l’aria si rinfresca e l’alba arriva a farmi visita. Solo ora capisco perché le persone amano le città marittime. L’alba. È stupenda. Sento l’aria fresca ma non gelida, i gabbiani sfrecciano al mio fianco e sopra la mia testa. Uno spettacolo immensamente dolce e grazioso è davanti ai miei occhi.
Sono arrivato in stazione. È questo il bus per *, mi rispondono con un “Si” vuoto e stanco. Infilo la valigia nel vano apposito e sono pronto a partire però prima voglio fumare un’altra sigaretta. Davanti a gente che sgomita per entrare io sono fuori a fumare es osservare il cielo colmo di gabbiani. Continuo a fumare con calma quando uno spettacolo Murakamiano mi colpisce il cervelletto. A 8-9 passi da me una donna più che ventenne, asiatica, con i pugni nelle tasche di un giaccone verde immenso rispetto alla sua statura, scruta i gabbiani. Come me. Non riesco a comprendere cosa mi colpisca in una donna minuta e sola. Ma, preso da qualche misterioso sortilegio, la guardo con un attenzione cotto marcio per il quadro davanti a me. I miei occhi stanchi insieme alle valigie continuiamo a fissarla con amore e dolcezza. Lei continua imperterrita a guardare dritto davanti a lei,quasi come se il mondo intorno  non fosse importante e non abbia significato. Questa donna ha bisogno solo di avere i pugni in tasca e guardare i gabbiani, non riesce e probabilmente non vuole fare altro. Io stanco vengo travolto. Mi balena in testa l’idea di raggiungerla. Fare quei passi che ci dividono, avvicinarmi e presentarmi. Mettermi al suo fianco, chiudere i pugni nelle tasche e guardare i gabbiani e provare a comprenderla. Vorrei far parte di quel quadro.
Il conducente fa storie per la mia lentezza. Cazzo, la sigaretta è ancora a metà, ho perso tempo. Devo salire, salgo, di nuovo la guardo e lei con faccia crucciata mi osserva. Avrà compreso ciò che ho visto in lei per 10 secondi o poco più? Avrà capito l’importanza di quei pugni nelle tasche, le gambe fini coperte da calze nere, del giaccone verde e del suo sguardo stanco? No, non l’avrà capito. Mentre salgo, so che non la vedrò più e tenti, mentre cerco posto, di capire il senso di queste sensazioni che mi catturano, di tanto in tanto.

Ideali

Essere controcorrente non è più come una volta.

E’, ormai, ovvio trovare persone che vogliono far parte di quell’immensa cerchia rinchiusa nella parola “controcorrente”. Questa tendenza, quindi, ad andare contro la corrente. È una sorta di tendenza alla normalità che di conseguenza ti garantisce un’etichetta grande ed evidente, Alternativo. Negli ultimi 5 anni ho incrociato una miriade di persone che portavano dentro di sé questa “fissa”. La ricerca dell’immenso . Posso ben capirla; grazie alla globalizzazione il mondo è diventato nettamente più intelligente e pregno di conoscenze; internet ha  permesso pressoché a chiunque di ottenere queste conoscenze e ciò ha portato inesorabilmente ad accomunare tutti. Specialmente nell’età dell’adolescenza c’è questa continua ricerca di se stessi che si esprime con l’estetica principalmente , si comprende quindi questa ricerca dell’unicità. Molte persone cercano l’unicità nei campi di intrattenimento (Guardando il film più di nicchia che esista e cose così) , altri lo fanno con la propria linea di pensiero. Da questo punto nevralgico spuntano fuori i nuovi comunistelli e ragazzi di sinistra. E pensavo , fra me e me , come essere controcorrente sia cambiato. Mi è subito venuto in mente Gramsci che probabilmente è uno dei simboli italiani più famosi. Lui era la controcorrente. Avere un pensiero così diverso e contrario rispetto la norma lo ha consacrato a simbolo. Le sue idee di libertà erano diverse ed opposte spesso a quelle del regime ma con fermezza Gramsci le ha inseguite rovinandosi però la vita. Bisogna ammettere, anche con chi non sia un amante di questo personaggio storico , che la sua lealtà verso il proprio pensiero e la sua fermezza nel controcorrentismo che lo caratterizzava sono elementi da ricordare e riconoscere come ottimi.

Penso che andare controcorrente oramai sia diventato molto più semplice ed al contempo deleterio per via della poca posta in gioco. Ora se ti affermi qualsiasi cosa , il massimo che puoi ricevere è una critica ingente ma nient’altro. Non c’è più in gioco la vita , non ci sono regimi totalitari , non ci sono prigionie forzate.

E’ stupendamente terribile questa dualità della vita. Gramsci fu leale ed onesto con le sue idee ma ebbe la prigione ed invece chi oggi si affida a delle idee ( e lo fa con leggerezza anche se sentendo parlare questi elementi non sembra) è meno leale verso queste ultime ma comunque non riceverà mai una punizione come quella Gramsciana , almeno in Italia.

 

Le idee hanno perso valore perché chi le porta avanti non ha nulla da perdere. Non riesco ancora ad ammettere con me stesso se sia una cosa giusta od uno dei motivi che porterà l’umanità a peggiorare. Intanto osservo. Gli ideali , in un mondo come questo , penso siano fondamentali ma è anche importante ricordare a se stessi di guardare avanti conoscendo il passato. Abbiamo bisogno di nuove idee , ideali , di nuova politica e ninfa vitale. Non possiamo continuamente appoggiarci a delle idee antiche perché non sono nostre e della nostra generazione e non lo saranno mai. E’ questo che penso quando un ragazzo di meno di vent’anni si professa di sinistra , destra, comunista o fascista. Ci vedo il nulla , ovvero le loro gambe che camminano su un filo piccolissimo ma al di sotto ci sono milioni di materassi pronti ad attutire il colpo.

Come stai? Parte 1

Scappai via sui trentanni. Mi volatilizzai. Immediatamente la mia presenza scomparve ma nulla cambiò.

Ho amato poche volte nella mia vita. Questo aggettivo però non sminuisce la mia storia , le mie emozioni, ciò che ho vissuto. Mi piace pensare di aver creato un gruppo elite di pochissime persone, una piccola comunità in cui io vivevo.

Mi innamorai per la prima volta a 16 anni. Enny era dolce. Capelli neri e lunghi , portava sempre degli orecchini antiquati (Erano di sua madre , ne era molto affezionata) , i suoi vestiti erano sciatti mai alla moda. Queste caratteristiche mi diedero un senso di ignoto nei suoi confronti. Abitava a due piani sopra l’appartamento dei miei genitori. La sua famiglia si trasferì lì con l’arrivo del fratellino di Enny , serviva una casa più grande. Ero un ragazzo solitario , molto impacciato ed introverso. Spendevo i miei pomeriggi fra i compiti ed i fumetti. I fumetti supereroistici erano i miei preferiti, riuscivo sempre a staccarmi da terra grazie all’immaginazione ma questo , lo notai con l’inizio delle scuola superiori, mi alienò dai miei compagni. Diedi troppo peso all’immaginazione che da un lato mi regalava sogni stupendi dall’altro creava una bolla intorno alla mia persona. Enny la salutavo spesso ed avevamo questo rapporto da conoscenti, vicini di casa insomma. La prima volta che parlai con lei veramente ero molto triste. Disteso su una panchina stavo superando una brutta giornata . Era quasi il tramonto ed io assonnato e con un libro sul grembo , da più di un’ora , osservavo il cielo in cerca di calma e pazienza. Enny mi vide da lontano, tornava da un negozio ed infatti aveva un paio di buste di plastica piene di chissà quale cibo. Si sedette ai miei piedi ed iniziò con un semplice ‘Ciao’ , nulla di pomposo o gargantuesco, una semplice parola. Quando si è tristi e si spende una giornata cupa si è molto fragili , io sono molto fragile. Quindi iniziammo con i saluti ed io fui catturato per la prima volta dal suo sguardo. Mentre mi parlava non mi degnava di uno sguardo ma continuava imperterrita ad osservare una costellazione celestiale che io probabilmente non vedevo. Ne era catturata ma al contempo aveva la freddezza e la concentrazione di parlare con me. Penso che sentì una forte tristezza in quel suo strano sguardo e questo eliminò le mie difese fatte di omertà e bugie. Parlammo tutto il pomeriggio fino a poco prima del pranzo. Le raccontai la mia tristezza in poche parole inciampando in queste ultime. Per la prima volta mi sentivo al sicuro. Penso che il primo amore sia uguale per tutti. Sono convinto che la solitudine è una certezza della vita, una fase persino necessaria che si presenta e ripresenta e quando lasciamo entrare qualcuno nella nostra camera buia questo ci scalda il cuore. Quando , poi , succede per la prima volta tutto questo ti scalda il petto. Me lo scaldò con fervore sempre mantenendo un distacco necessario ; detestavo le persone che guardandoti negli occhi avevano la presunzione di comprendere ogni minimo lato della tua persona e Enny non lo faceva, questo mi scaldò il cuore ancor di più. Mi chiese , quel pomeriggio , il primo “ Come stai?” di una lunga serie. Infatti dopo quel pomeriggio, il giorno dopo per precisione la fermai nella tromba delle scale e le chiesi di rifarlo “parliamo qualche volta, sai , se ti va. A me ha fatto piacere e pensavo..” “Certo” e mi sorrise. Enny sorrideva poco , non ne era così abile . Mi raccontò che il suo sorriso non l’appagava , ci vedeva sempre qualcosa di strano e di sbagliato per qualche strano motivo. Compresi , grazie a lei , cos’erano le sensazioni. Provare sentimenti che non hanno fondamenta reali dettate da traumi o specifici eventi ma essere a conoscenza di possedere queste tendenze, le chiamava proprio così. Nel mio essere cotto , riuscivo sempre a riottenere il buon’umore quando parlavamo  ( sempre in quel parco , sempre su quella panchina) . Compresi l’amore e compresi l’importanza di avere una persona vicina. Enny ancora oggi rimane l’unica persona ad avermi visto piangere e penso sia la stessa cosa per lei , quando dopo una giornata piena di litigate con i suoi scoppiò in un pianto senza voce. Non me ne resi quasi conto , abbassò il volto e le ciocche dei capelli , come scudi, le proteggevano il viso e poi vidi la prima lacrima crollare dolcemente sul suo ginocchio. Ricordo che rimasi in silenzio per paura di ottenere qualche sfuriata da parte di lei. Allungai la mano con una lentezza glaciale e con il palmo le strinsi tre dita, lei ne fu felice non perché lo disse apertamente semplicemente il suo calore me lo comunicava. Continuammo quella sera a rimanere in silenzio mentre le stelle , gli unici due alberi del piccolo parco sotto casa e le panchine tutte intorno ci scrutavano con interesse. Non dissi mai veramente ciò che provavo per Enny , non lo dissi a nessuno e spesso cercavo di evitare di dirlo a me stesso. Ai miei occhi Enny era ad un piano successivo della vita ed io potevo semplicemente rincorrerla senza mai acchiapparla ma lo accettai  con serenità. Quando ci abbracciavamo , quando eravamo seduti l’uno accanto all’altro e le nostre cosce si toccavano io mi sentivo sereno e questo mi bastava. Ricordo anche i miei sorrisi da ebete quando mi chiedeva “Come stai?” , divenne una regola quasi. Un contratto non detto stipulato fra me e lei ; entrambi ci impegnavamo a sorreggere, per quel poco che potevamo , l’altra persona.
Poi a quasi due anni dal nostro primo incontro lei dovette trasferirsi perché il padre, poliziotto, aveva ricevuto un trasferimento dall’altra parte della nazione. Quando me lo disse lei pianse ed io , che tante volte piangevo davanti a lei , quella volta non lo feci. Mi allungai , le diedi una carezza sulla guancia e poi un bacio sulla stessa. Un lungo abbraccio. Ed il suo sorrise triste che ancora adesso riuscirei a ridisegnare , ad occhi chiusi

Otto

Otto era un ragazzo penoso e lento nell’apprendimento. Non riusciva mai in nulla, persino i suoi maestri delle elementari lo definivano ‘vuoto’ ed ovviamente ciò veniva detto alle sue spalle. Passava le ore della sua vita a giocherellare  con qualsiasi cosa gli passasse per le mani, spesso erano matite, penne blu, rosse e verdi. Il primo apprezzamento che gli fecero fu “sei un gran ascoltatore Otto!”. Visto la sua lingua corta e le parole che raramente uscivano dalla sua bocca, sembrava costretto ad ascoltare. Ascoltava ogni cosa gli venisse detta, parola per parola ma dopo nemmeno un giorno dimenticava tutto. Era come se non ci fossero mai state quelle conversazioni. È facile immaginare come sua madre, su tutti, se la prendesse con lui per questa tendenza. “Otto non si piegano così le magliette” ma lui lo dimenticava, “Ecco Otto il letto si rifà in questo modo” ma lui se lo dimenticava. Quindi le persone che passavano meno tempo con lui lo definivano ‘ascoltatore’ e le persone con cui passava più frequentemente il suo tempo lo definivano “perdigiorno”. Otto non riusciva a capire quale dei due aggettivi fosse più adatto a lui, semplicemente dimenticava spesso le cose e ci dava poco peso. Otto non aveva hobby, non sapeva suonare uno strumento, fare un nodo, non praticava sport, non era un asso nell’algebra, disegnare non era per lui. Non sapeva fare un bel  niente. Passò lunghi anni della sua vifa in questo modo insulso e penoso di vivere. Non fosse mai nato probabilmente nessuno avrebbe sentito una qualche mancanza.
In una stupenda giornata d’estate con il cielo di quel blu inconfondibile, nessuna nuvola intorno ed un sole opprimente, la mamma di Otto ebbe un attacco di cuore e morì. Fumava da molti anni ma nessuno, ovviamente nemmeno otto, se lo sarebbe aspettato. Alcuni giorni dopo ci fu im funerale in chiesa e nel bel mezzo della messa Otto uscì, istintivamente, fuori dall’edificio.
Otto guardò quel cielo limpido e con una smorfia di dolore sul volto disse fra sé e sé, a bassissima voce, “questo cielo non mi è mai sembratp così triste”. Otto si sfrego gli occhi pronti a cadere nelle lacrime poi tornò di corsa a casa, fece una piccola valigia, rubò qualche soldo dalla cassaforte e scappo via di casa. Nessuno fino ad oggi ha mai avuto qualche notizia di Otto, sembrava volatilizzato.
Otto ora viaggia. È lontano da casa, in luoghi dove non è altro che uno sconosciuto dopo aver capito di poter provare emozioni di una certa importanza fu naturale per lui scappare via.

L’età della convivenza

Hai appena finito di leggere l’età della convivenza. Che tu pianga o sia sereno, non è importante.

È dura elencare i temi di quest’opera. La difficoltà è ardua sia per la moltitudine di concetti che, pagina dopo pagina, possono saltar fuori e sia per l’ermetismo dell’autore. Infatti, l’ ermetismo è un fattore principale che appare continuamente in questo serie di tre volumi. Non viene spiegato molto e forse è un bene. Spesso si ricade nei lunghi spiegoni che non lasciano aria al lettore. Lettore che si ritrova ingabbiato nelle miriadi di spiegazioni che tarpano le ali alla sua immaginazione. Uno dei temi presenti in quantità maggiore, oltre al semplice sentimento dell’amore o ai rapporti di convivenza fra un uomo ed una donna, è la perversione. Diversi capitoli cercano di raccontare un mondo sotterraneo e nascosto agli occhi dei Giapponesi ed degli esseri umani in generale. Relazioni incestuose, comportamenti poco consoni, perversioni sentimentali e non. Tutto questo viene raccontato con una poesia visiva spesso disturbante ma che lascia strabiliato il lettore. Immagini oniriche e dolci come torte vengono espresse nelle pagine e tu lettore rimani straniato sia dalla forza con cui queste storie vengono narrate, sia dalla concezione stessa di queste vicende che appaiono sempre strane, contorte e perverse.kazuo-dosei-maxw-654

Come detto prima l’amore è il tema principale, banalmente, dell’ opera. Questo amore che viene sempre rapportato ad un’età della convivenza. Infatti l’autore impartisce un mantra ripetendo decine di volte delle stesse frasi come se queste debbano entrare nella mente del lettore, in vero queste frasi sembrano semplicemente un quadro, fatto di lettere e sintattica, dell’amore di cui si parla. Questi quadri che diventano sempre più chiari dopo ogni pagina.

 

Alla fine però, io stesso ho tratto un tema diverso da quello più ovvio come i sentimenti e la fatica che possa portare una relazione con sé. Dopo aver speso ore imbambolato a guardare le ultime pagine del 3 volume, mi è venuto in mente che il fulcro di tutte e tre queste opere è la difficoltà umana nello spiegare la propria tristezza ad un’altra persona. Sembra un concetto contorto da tirar fuori ma invece, ai lettori, diventa palese. Per tutti i volumi vediamo un amore che pian piano cambia e sfiorisce, cambia la vita dei protagonisti e  le loro visioni cambiano ma l’unica costante è questa impossibilità di comunicare.L'età della convivenza

Kyoko e Jiro diventano dei vicini di casa, impari a conoscerli ed comprendi le loro psicologie. Da una parte la fragile Kyoko che sin da piccola sente una forte tristezza nel petto e la sua fragilità sarà protagonista di eventi catastrofici ed il destino d’altronde metterà diversi bastoni fra le ruote alla bellissima ragazza di provincia. Le sue lacrime ad un certo punto diverranno abitudine per il lettore. Le sue lacrime ed il suo dolore saranno protagonisti del rapporto duro ed incessante fra i due. Questa tristezza, ahimè, non viene mai esposta e spiegata a Jiro. Lei rimarrà sempre buona e servizievole senza però, riuscire a far comprendere il suo dolore ed il suo astio per una vita che sembra non presentare un futuro concreto. Desidererà un matrimonio, una famiglia, un “qualcosa” da rincorrere forse per dare una fine a questo dolore o forse per scappare da un frustrante presente.

Jiro è fra i due i personaggi che più rappresenta l’incoerenza umana e nel particolare maschile. A volte sembra quasi che il suo amore non esista e che rimanga al fianco di Kyoko per paura di rimanere da solo. Il futuro è una chimera per Jiro , infatti le sue risposte alle domande di Kyoko riguardo al futuro sono sempre vuote e senza alcun impegno. Si vanta di voler vivere il presente ma quando poi le cose cambieranno , anche lui mostrerà di essere una persona profonda e che guarda anche al futuro. Per diverse pagine l’amore di Jiro sembrerà non esistere; per molti capitolo la noia prenderà il sopravvento e le sue giornate passeranno sempre accompagnate dalla domanda “ Dove stiamo andando?” . Jiro mostrerà le proprie debolezze specialmente sul finale , sentirà la mancanza di Kyoko e comprenderà il forte amore che lo ha cambiato. Arriverà , come tutte le persone che hanno vissuto un importante relazione , a capire quanto la sua donna lo abbia cambiato e migliorato. Comprenderà l’importanza di una quotidianità di cui tutti hanno bisogno. D’altro canto si mostrerà istintivo ed animalesco per poi rimpiangere tutto le sue azioni sbagliate o meno.

L’età della convivenza è un manga che poggia le sue basi su una tristezza chiara e perpetua , sull’incoerenza e la testardaggine umana. Una relazione che sarebbe potuta finire con il primo volume viene portata avanti in nome di un amore profondo che entrambi provano per l’altra persona.

Non so ancora se Kamimura volesse raccontare una storia da lui inventata oppure rappresentare l’umano attraverso un sentimento ed un’esperienza comune a tutti. La convivenza.

Medusa

Cerco di piangere oramai da mesi. Immagino situazioni critiche nella mia mente col solo fine di piangere. Stringo le sopracciglia , indurisco gli zigomi ma le lacrime faticano a cadere.
Ne avrei bisogno. Mi sentivo vivo quando piangevo, seppur strano mi manca quella sorta di forte tristezza che mi metteva KO , mentre mi guardavo allo specchio ed inneggiavo in frasi enormi solo per darmi coraggio. Quei momenti per quanto brutali e dolorosi , riconosco dopo tempo , erano vita con la V maiuscola. In quel momento non avrei mai pensato a ciò ma adesso lo comprendo. Vivo uno dei periodi più di transizione della mia vita e sento , inevitabilmente, la vita scivolarmi di dosso. E’ come se scendesse dalle dita e se ne andasse via, giorno dopo giorno. Vorrei respirare dell’aria fresca ma lì fuori non ho niente da fare , nulla da vedere o nessuno da incontrare. Potrei rimanere ore a camminare nella totale solitudine ma questo comportamento non può andare avanti in eterno. Sento qualcosa che manca in maniera preponderante ma non riesco a dimostrarlo nemmeno a me stesso, nemmeno piangendo. E’ come se fossi diventato Medusa. Persino la felicità , come l’infelicità , rimane immobile davanti al mio sguardo.